Il cioccolato fa bene al cervello

Il cioccolato riesce a migliorare le funzioni cognitive e l’apprendimento in poche ore. Il consumo ideale di cioccolato è di 10-20 g. al giorno (1 o 2 quadratini), preferendo la qualità extrafondente, più ricca in composti fenolici.

Il cioccolato riesce a migliorare le funzioni cognitive e l’apprendimento in poche ore. Il consumo ideale di cioccolato è di 10-20 g. al giorno (1 o 2 quadratini), preferendo la qualità extrafondente, più ricca in composti fenolici.

“Questo risultato suggerisce il potenziale dei flavonoidi del cacao nel proteggere le funzioni cognitive tra la parte di popolazione più vulnerabile, migliorando nel tempo le prestazioni mentali”, affermano Valentina Socci e il co-autore dello studio Michele Ferrara, in un’intervista a Medical news today. “Se si guarda al meccanismo sottostante, i flavonoidi del cacao hanno effetti benefici sulla salute cardiovascolare e possono aumentare il volume del sangue cerebrale nel giro dentato dell’ippocampo. Questa struttura è particolarmente colpita dall’invecchiamento e quindi è la potenziale fonte di declino della memoria legata all’età negli esseri umani”. E ancora: “L’assunzione regolare di cacao e cioccolato potrebbe infatti fornire effetti benefici sul funzionamento cognitivo nel tempo”.

Il consumo ideale di cioccolato è di 10-20 g. al giorno (1 o 2 quadratini), preferendo la qualità extrafondente (70% minimo), più ricca in composti fenolici.

Nello studio sono state analizzate le abitudini nutrizionali di 4.186 soggetti adulti italiani (età maggiore di diciotto anni, 56% femmine, 46% maschi), il loro consumo giornaliero di cioccolato e le patologie che determinano fattori di rischio. I 4.186 italiani del campione consumano mediamente 60 grammi di cioccolato fondente a settimana, sia in forma classica sia in dolci a cucchiaio sia in barrette. Lo studio ha messo in evidenza la prevalenza di patologie che determinano il fattore di rischio e ha rilevato che il 12% del campione è in terapia farmacologica per l’ipertensione e solo il 4% riferisce di avere dislipidemia (cioè un valore elevato di colesterolo e trigliceridi). Sono valori molto inferiori alle medie italiane: l’ipertensione è mediamente al 19,8% e la ipercolesterolemia al 23,6% (soggetti tra i 18 e i 65 anni).

“Il cioccolato non solo ha un effetto positivo sull’apparato cardiovascolare – ha dichiarato Michela Barichella, presidente di Brain&Malnutrition Association e membro del comitato scientifico Ogp – ma induce una sensazione di benessere e migliora la resistenza alla fatica e la concentrazione perche’ contiene dosi, seppur modeste, di sostanze eccitanti come caffeina e teobromina. Inoltre migliora il tono dell’umore perche’ stimola la sintesi della serotonina, l’ormone a cui si attribuisce il senso di serenita’. Benefici che si ottengono gia’ con consumi ridotti di cacao”.

 

di C. S.
pubblicato il 03 luglio 2017 da Teatro Naturale in Tracce > Salute

 

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La percezione del fruttato del vino è molto soggettiva!

Le molecole maggiormente responsabili del sentore di frutta nel vino vi sono i glicosidi monoterpenici, una famiglia chimica molto ricca e complessa.

I ricercatori dell’Università di Adelaide in Australia hanno così estratto e caratterizzato i vari glucosidi monoterpenici riscontrati in alcuni vini aromatici, come Gewürztraminer e Riesling,  rinomati per il caratteristico flevour fruttato

Utilizzando un panel di sommelier gli universitari hanno valutato la risposta sensoriale alle singole molecole, in un vino di laboratorio (ovvero un modello vino ricreato artificialmente), scoprendo che la sensazione era particolarmente evidente a concentrazioni cinque volte quelle tipiche e caratteristiche del vino, mentre a concentrazioni usuali e in presenza degli altri composti volatili tipici del vino, la percezione era molto meno evidente, fino alla non significatività.

I ricercatori hanno analizzato la risposta dei sommelier a due glocosidi monoterpenici (geranico e guaiacilico) scoprendo che il 77% degli assaggiatori era sensibile ad almeno uno dei due composti.

E’ quindi evidente che vi è una forte variabilità inter-individuale nella percezione del sentore di fruttato di un vino, sebbene l’individuazione delle molecole responsabili può portare a nuove linee di ricerca su come, in cantina o nel miglioramento genetico, aumentare la concentrazione di questi composti per avere bouquet sempre più complessi e caratterizzati.

Bibliografia

Mango Parker, Cory A. Black, Alice Barker, Wes Pearson, Yoji Hayasaka, I. Leigh Francis, The contribution of wine-derived monoterpene glycosides to retronasal odour during tasting, Food Chemistry, Volume 232, 1 October 2017, Pages 413-424, ISSN 0308-8146

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SOLSTIZIO D’ESTATE

La stagione calda è ormai entrata nel vivo, grazie a lunghe giornate soleggiate nonché all’aumento delle temperature. Eppure, nonostante il clima già tipicamente caldo, dal punto di vista astronomico l’estate parte ufficialmente durante il solstizio.

Per il 2017 il 21 giugno si rende omaggio al sole, principale fonte di vita per l’uomo. Per alcuni giorni in un punto preciso, sorgendo e tramontando sempre nella stessa posizione, il sole determina in maniera graduale l’allungarsi o l’accorciarsi delle giornate. Ma se al Polo Nord in coincidenza con il solstizio d’estate sarà sempre giorno, il Polo Sud entrerà nel buio: si avranno quindi i fenomeni denominati rispettivamente Sole di Mezzanotte (24 ore al giorno di luce) e Notti Polari (24 ore al giorno di buio). Una ricorrenza da sempre molto sentita e celebrata sin dalle primissime civiltà umane: è ​il solstizio d’estate.

Per le zone a Nord dell’Equatore, il solstizio d’estate avviene generalmente il 21 giugno, data che ufficializza l’avvio della stagione più calda. Vi sono, tuttavia, delle piccole variazioni temporali: ogni anno, infatti, il solstizio avviene con circa sei ore di ritardo rispetto all’anno precedente. Una problematica risolta con l’adozione di un calendario bisestile ogni 4 anni, che tuttavia determina un’oscillazione del fenomeno astronomico tra il 20 e il 21 del mese.

Fin dall’antichità il cambio di direzione che il Sole compie tra il 21 e il 22 giugno è stato salutato come l’inizio di un nuovo periodo di vita. D’altronde, il fenomeno astronomico che determina la giornata più lunga e soleggiata dell’anno ha rappresentato per i popoli antichi l’avvio di un periodo di fertilità, benessere e ricchezza perché in estate la vegetazione è abbondante e i raccolti raggiungono il loro picco massimo.

Il più famoso sito archeologico dedicato al’osservazione del corpo celeste probabilmente è Stonehenge, nel Regno Unito.
Caratterizzato da grandi megaliti che raggiungono fino 50 tonnellate di peso disposti in due cerchi concentrici, sembra servisse agli uomini del Neolitico, forse Druidi, per studiare i fenomeni astronomici legati al Sole, tanto da diventare un vero e proprio tempio. L’asse del tempio, al cui centro si erge un macigno detto “Pietra del tallone” (“Friar’s Heel”), è orientato in direzione dell’alba nei solstizi estivi, ma non di quelli invernali.

Nelle civiltà precolombiane le due giornate del solstizio, quello d’inverno e quello d’estate, erano sacre. Per gli Inca il Sole rappresentava la sovrana della Terra, Inti, e con un complesso sistema di torri si stabiliva l’arrivo di solstizi ed equinozi. Anche per i Maya il sole era importantissimo: considerato fonte di vita ed essenziale per le attività umane, per poterne prevedere solstizi ed equinozi avevano elaborato un calendario super preciso.

Per gli antichi Romani i solstizi erano consacrati a Giano bifronte, il dio guardiano delle soglie e dei passaggi, in quanto i solstizi erano correlati tra di loro; i Greci li chiamavano porte cosicché la “porta degli uomini” era il solstizio estivo, mentre la “porta degli dei” il solstizio invernale.

Anche i Cristiani fecero propria la festività del Sole. Il 24 giugno, quando le giornate iniziano lentamente ad accorciarsi fino al solstizio d’inverno, si ricorda infatti la natività di Giovanni Battista, il Santo che battezzò Gesù.
Non è del resto un caso che San Giovanni abbia come attributi il fuoco e l’acqua, con cui battezzava: secondo un’antica credenza, infatti, il sole (fuoco) si sposa con la luna (acqua). E poiché nella tradizione popolare i riti propiziatori prevedono falò e rugiada, ecco che la religione cristiana fece proprie queste tradizioni coniugandole nella liturgia del battesimo.

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L’effetto anticancro delle cipolle rosse

Il potere antiossidante delle cipolle rosse utile contro il tumore al colon e al seno. Merito di un alto contenuto di quercetina che stimola le cellule cancerose a “suicidarsi”. L’obiettivo è utilizzare le proprietà nella nutraceutica e sotto forma di pillole.

Le cipolle rosse contengono quercitina, in misura tale da ewssere efficaci nel contrasto al tumore al colon e al seno.

A evidenziarlo uno studio della University of Guelph, in Canada, pubblicato sulla rivista Food Research International.

La ricerca ha testato cinque diversi tipi di cipolle che crescevano in Ontario, una regione canadese, scoprendo che una varietà chiamata ‘Ruby ring onion’, che appunto è rossa, si è rivelata la più efficace contro il cancro. Merito di un alto contenuto di quercetina, un tipo di flavonoide che ha potere antiossidante, e di antociani (o antocianine), che danno il colore rosso e che arricchiscono l’azione antitumorale della quercetina stessa.

“Abbiamo trovato che le cipolle sono eccezionali nell’uccidere le cellule tumorali – spiega uno dei ricercatori, Abdulmonem Murayyan. “Le cipolle – prosegue – attivano percorsi che incoraggiano le cellule tumorali a subire la morte cellulare. Promuovono un ambiente sfavorevole per le cellule tumorali e disturbano la comunicazione tra le stesse, cosa che ne inibisce la crescita”.

Lo studio è stato effettuato ponendo a diretto contatto le cellule tumorali del cancro al colon con l’estratto di quercetina di cinque tipi diversi di cipolle. E di recente gli studiosi hanno anche riscontato che le cipolle sono efficaci anche nel tumore al seno. Il prossimo passo saranno dei trial direttamente sull’uomo. I ricercatori sono anche a lavoro su un metodo di estrazione della quercetina libero da sostanze chimiche, che consenta di utilizzarne le proprietà nella nutraceutica e sotto forma di pillole.

di C. S.
pubblicato il 15 giugno 2017 in Tracce > Salute

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Nell’olio di oliva il segreto per prevenire il cancro al cervello?

Secondo una ricerca dell’Università di Edimburgo l’acido oleico contenuto nell’olio di oliva stimola la produzione di una molecola che ha la funzione di prevenire la formazione di proteine ​​che causano il cancro.

Un composto trovato nell’olio di oliva può aiutare a prevenire lo sviluppo del cancro nel cervello, spiega uno studio dell’Università di Edimburgo.

La ricerca ha verificato che l’acido oleico, il composto primario dell’olio d’oliva, può aiutare a prevenire il funzionamento dei geni cancerogeni nelle cellule.

L’acido oleico, infatti, stimola la produzione di una molecola che ha la funzione di prevenire la formazione di proteine ​​che causano il cancro.

Non siamo però al punto da poter prevenire in assoluto la formazione di tumori al cervello e il gruppo di studio non può ancora affermare che un consumo regolare di olio di oliva nella dieta può aiutare a prevenire il cancro al cervello.

I loro risultati, tuttavia, puntano verso possibili terapie basate sull’olio per prevenire il tumore celebrale.

I ricercatori hanno analizzato l’effetto dell’acido oleico su una molecola, nota come miR-7, attiva nel cervello e nota per sopprimere la formazione dei tumori, scoprendo che l’acido grasso tipico dell’olio di oliva impedisce a una proteina cellulare, conosciuta come MSI2, di arrestare la produzione di miR-7.

In questo modo, l’acido oleico supporta la produzione di miR-7, che aiuta a prevenire la formazione dei tumori.

I ricercatori hanno fatto le loro scoperte sugli estratti di cellule umane e su cellule viventi in laboratorio.

“Mentre non possiamo ancora dire che l’olio di oliva nella dieta aiuta a prevenire il cancro al cervello, i nostri risultati suggeriscono che l’acido oleico può sostenere la produzione di molecole che sopprimono il tumore nelle cellule coltivate in laboratorio. Ulteriori studi potrebbero aiutare a determinare il ruolo che l’olio d’oliva potrebbe avere nella salute del cervello ” ha concluso Gracjan Michlewski, autore della ricerca.

di T N
pubblicato il 05 giugno 2017 in Tracce > Salute

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