Le vitamine dell’uva contro l’insonnia

Ogni stagione ha i suoi tipici frutti e mentre passa l’estate e si approccia l’autunno arriva settembre: il mese per antonomasia dell’uva. Non solo la base del nettare degli idei, ma anche uno dei frutti più gustosi e amati di sempre, sia per la sua dolcezza e piacevolezza al palato che per la possibilità di mangiarne chicco dopo chicco che per molti diventa quasi un passatempo.

Ogni acino di uva da tavola nostrana è infatti un’esplosione di gusto, il sapore dolce dell’uva è inconfondibile, inoltre questi piccoli confetti di bontà hanno anche un’innumerevole quantità di effetti benefici sulla nostra salute.

Tante vitamine, dalla A, alla C, passando per la B6 che aiuta chi ha problemi di insonnia a dormire sonni tranquilli, oltre a un apporto di glucosio importante. Ed è proprio la grande quantità di vitamina B6 a rendere l’uva un rimedio naturale contro lo stress e i problemi di nervosismo, tra cui l’insonnia, che non teme rivali.

Inoltre, l’uva sarebbe importante anche per la nostra circolazione sanguigna, oltre ad avere proprietà antiossidanti che aiutano il nostro corpo a proteggerci dal cancro.

di C. S.
pubblicato il 11 settembre 2017 da Teatro Naturale in Tracce > Salute

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Il potere di guardare al futuro

Ora che il mito dell’innovazione ha finito la sua corsa, cosa ci aspetta per il futuro?

La storia dell’uomo è costellata di cicli economici, che hanno portato con sé anche rivoluzioni sociali e politiche.

Negli ultimi duecento anni, dalla rivoluzione industriale in poi, viviamo nell’epoca dell’innovazione.

E’ stata l’innovazione a farci molte promesse, in gran parte mantenute, almeno fino a qualche anno fa.

Credo che sui libri di storia il 15 settembre 2008, con il fallimento di Lehman Brothers, verrà considerato l’inizio della fine dell’epoca dell’innovazione.

Ma quali sono le regole su cui poggia l’epoca dell’innovazione?

La prima, essenziale, è che ogni innovazione migliora la nostra vita, pertanto, e questa è la seconda regola, è nostro interesse e “dovere” acquistare la nuova innovazione. Questi acquisti stimolano l’economia e quindi nuova innovazione, e così in eterno.

Il consumismo è la conseguenza, non la causa del ciclo dell’innovazione.

E’ chiaro che dovremmo chiederci se l’innovazione mantiene davvero la sua promessa fondante.

Fino a qualche anno fa era certamente così.

La lavatrice ha sicuramente migliorato la qualità della vita in famiglia. L’auto ha certamente migliorato la qualità della mobilità.

Lasciamo un attimo da parte le conseguenze di queste innovazioni.

Concentriamoci solo sull’innovazione in quanto tale.

Siamo sicuri che una fotocamera di 12 mega pixel sia poi tanto meglio di una da 9 mega pixel?

Siamo sicuri di poter distinguere tra la qualità delle immagini di televisori hd, full hd e ultra hd?

Chiediamoci perchè le innovazioni, o presunte tali, si susseguono a ritmo così serrato.

Tra un modello e l’altro di auto passavano anni, così come tra un modello di cellulare e l’altro. Ora ogni sei mesi abbiamo il nuovo modello che ci promette innovazioni mirabolanti. Ma mantiene le promesse? Perchè è necessario sfornare innovazioni a così breve distanza di tempo?

Forse occorre mantenere sempre più alta l’attenzione delle persone, evitando che vengano attratte da altro.

Ma cosa esattamente?

Dobbiamo guardare al mercato, alla crescita esponenziale del biologico, ai farmer’s market e a un altro stile di vita e consumo che sta sempre più prendendo piede.

Credo, senza poi neanche un eccessivo sforzo di fantasia, che il prossimo ciclo economico si baserà sul benessere.

E’ evidente che il ciclo economico del benessere si avvantaggerà dell’innovazione, ma l’innovazione sarà finalizzata, non sarà l’obiettivo in sé.

Come verrà declinato il benessere lo scopriremo nei prossimi anni e nei prossimi decenni. Sarà un benessere egoistico ed edonistico oppure civile e partecipato?

Le fasi di passaggio, tra un ciclo economico-sociale-politico e l’altro, portano con sé una buona dose di incertezza, ma hanno anche dei vantaggi, lasciandoci immaginare il futuro che vorremmo. Anzi di più, essendo un magma indistinto, col nostro impegno quotidiano possiamo contribuire a forgiare questo futuro.

E’ certo che viviamo una fase di passaggio e che saremo giudicati.

Non vi nascondo che mi piacerebbe avere una macchina del tempo per sapere il voto assegnatoci dalla nostra progenie.

di Alberto Grimelli
pubblicato il 01 settembre 2017 da Teatro Naturale in Pensieri e Parole > Editoriali

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Sul mercato le prime barbatelle di vite resistenti alla siccità

Se a fine 800, la selezione e diffusione dei portainnesti “su piede americano” ha salvato il vigneto europeo dalla fillossera avviando quella che chiamiamo “viticoltura moderna”, oggi, a distanza di oltre un secolo, una nuova, originale, ricerca tutta italiana sta aprendo la nuova era della “viticoltura post-moderna”. Al centro dell’attenzione sempre i portainnesti che, dopo oltre 100 anni dagli ultimi lavori scientifici sul tema, tornano al centro di una ricerca attivata dall’Università di Milano i cui risultati aprono alla viticoltura frontiere di sviluppo fino a ieri inaspettate inaugurando, nel contempo, un innovativo modello di rapporti tra ricerca e innovazione, università e mondo delle imprese.

“La crescente incidenza delle fitopatie – dichiara Attilio Scienza, animatore del progetto di ricerca – i cambiamenti del clima e le loro conseguenze, da un lato, sulla necessità di crescenti quantità di acqua per la coltivazione della vite e, dall’altro, l’estendersi dei fenomeni di salinità dei suoli, la necessità di ridurre e ottimizzare l’impiego dei fertilizzanti e, ancora, la diffusione della viticoltura in ambienti climaticamente molto diversi da quelli europei, nonché le nuove esigenze di qualità da parte del consumatore, stanno evidenziando la sostanziale inadeguatezza dei portainnesti tradizionali ponendo la necessità di creare nuovi genotipi con caratteristiche migliori di resistenza agli stress biotici e abiotici”.

I primi risultati della sperimentazione avviata da alcune aziende in varie regioni italiane, su diversi vitigni innestati con gli M hanno portato a scoprire una eccezionale capacità di resistenza allo stress idrico di questa nuova generazione di portainnesti che, grazie ad un utilizzo biochimico più efficiente dell’acqua, mostrano un consumo nell’intero ciclo vegetativo minore del 25-30% rispetto ai portainnesti tradizionali, a parità di condizioni pedoclimatiche e di vitigno, senza perdere in quantità e qualità produttiva. Tradotto in numeri, se consideriamo una produzione media ad ettaro di 120 q.li uva per 85 hl vino, con un consumo annuo di acqua, secondo i calcoli dell’associazione Water Footprint Network, di 81.600 hl, con l’utilizzo degli M si risparmierebbero 24.500 hl di acqua ad ettaro ogni anno.

Meno di tre mesi dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale dei nuovi portainnesti, 9 aziende vinicole di primaria importanza (Ferrari, Zonin, Bertani Domains, Albino Armani, Banfi, Nettuno-Castellare, Cantina Due Palme, Claudio Quarta vignaiolo e Cantine Settesoli), che rappresentano le principali regioni viticole italiane dalle Alpi alla Sicilia, danno vita – insieme ad una società di supporto, la Bioverde Trentino, ed alla Fondazione di Venezia – a Winegraft, società nata con lo scopo di supportare la diffusione dei risultati della ricerca e finanziarne la prosecuzione.

Nei prossimi mesi, Vivai Cooperativi Rauscedo moltiplicherà e commercializzerà gli “M”, rendendo disponibili per la seconda campagna di impianto oltre 200.000 di barbatelle di vari vitigni – tra cui Glera, Chardonnay, Cabernet Sauvignon, le Corvine, Montepulciano, Sangiovese e Primitivo – prodotte proprio su questa nuova generazione di innesti.

di C. S. pubblicato il 31 agosto 2017 in Strettamente Tecnico > Mondo Enoico

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Effetto ricompensa, ecco perchè i vini più cari sono anche più buoni

 

Un meccanismo anche noto come “effetto placebo del marketing”, mai realmente compreso a livello fisiologico umano.

Ora i ricercatori hanno capito che vengono attivate le aree della corteccia pre-frontale mediale e lo striato ventrale, dove risiedono i centri motivazionali e decisionali.

Lo studio aveva proprio lo scopo di capire i meccanismi per cui un vino da un prezzo più alto potesse anche essere percepito come migliore dal cervello.

La parte centrale dello studio è stata condotta presso l’Università di Bonn e in particolare il Dipartimento per l’Economia e la Neuroscienza, materie che evidentemente i tedeschi considerano fortemente legate.

Per capire i meccanismi celebrali, i ricercatori si sono avvalsi di trenta giovani di trent’anni di età, metà maschi e metà femmine.

Ciascuno di loro è stato costantemente collegato a uno scanner MRI, in grado di “vedere” l’attività celebrale, durante le degustazioni.

Ai partecipanti allo studio, prima di ogni degustazione, veniva mostrato per prima cosa il prezzo del vino. Quindi il vino veniva somministrato mediante una cannula direttamente in bocca, nella misura di un millilitro per ogni degustazione. In questo modo è stata tolta ogni ritualità e soggettività (forma e capacità dei bicchieri, colore del vino…) che poteva condizionare i risultati.

Ogni partecipante, per ogni degustazione, poteva dare un giudizio, mediante pulsantiera, da uno a nove. Dopo ogni degustazione la bocca veniva sciacquata, sempre attraverso la cannula, con un liquido neutro.

I ricercatori hanno utilizzato un vino di medio livello, comprato al supermarket a 12 euro a bottiglia. Questo vino è stato fatto degustare per tre volte di seguito, mostrando però prezzi di 3, 6 e 18 euro a bottiglia. L’ordine di presentazione del prezzo era casuale per ogni partecipante.

Inoltre, per comprendere meglio l’effetto, a ciascun partecipante è stato dato un credito virtuale di 45 euro, dal quale veniva scalato il prezzo di alcune degustazioni.

“Come previsto, i soggetti hanno apprezzato di più il vino con il prezzo più alto rispetto a quello apparentemente più economico (ndr ricordiamo che il vino assaggiato era lo stesso) – ha spiega Hilke Plassmann della Insead Business School – e non era importante che il vino fosse stato dato gratuitamente oppure se il prezzo dell’assaggio fosse stato scalato dal conto virtuale.”

Il gruppo di ricerca ha scoperto che soprattutto le parti della corteccia pre-frontale mediale e anche la striato ventrale sono state attivate più quando i prezzi erano più alti. Mentre la corteccia pre-frontale mediale sembra particolarmente coinvolta nel confronto dei prezzi, quindi nell’effetto attesa, lo striatoventrale fa parte del sistema di ricompensa e motivazione del cervello. “Il sistema di ricompensa e motivazione è attivato in modo più significativo con i prezzi più elevati e aumenta apparentemente l’esperienza del gusto in questo modo” ha affermato Bernd Weber dell’Università di Bonn.

E’ quindi evidente che il sistema motivazione-ricompensa del cervello agisce sulla percezione, ingannandoci sulla vera natura del prodotto, ovvero sulle sue caratteristiche intrinseche.

L’”effetto placebo del marketing” ha però i suoi limiti. Se viene offerto un vino di scadente qualità a 100 euro, l’effetto è praticamente nullo.

Per i ricercatori è quindi importante capire non solo le soglie entro le quali il cervello ci inganna attraverso il sistema motivazione-ricompensa ma anche se è possibile, previo addestramento, superare l’effetto placebo, ovvero in qualche modo addestrare il cervello per renderlo meno ricettivo all’effetto ricompensa, così permettendo una valutazione più oggettiva del prodotto.

di T N
pubblicato il 25 agosto 2017 in Strettamente Tecnico > Mondo Enoico

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L’insalata di pomodori, condita con olio extra vergine di oliva, è uno scudo anti-cancro

Il pomodoro, ortaggio tipico della stagione estiva, è ricco antiossidanti, ma anche di minerali e vitamine, soprattutto di potassio, fosforo, vitamina C, vitamina K e folati, che possono giocare un ruolo nella prevenzione di alcuni tipi di cancro ed altre malattie.

Il potassio contenuto nei pomodori, per esempio, agisce da vasodilatatore per cui è un grande aiuto per chi soffre di pressione alta. Di conseguenza il consumo di pomodori riduce i rischi legati alla pressione alta come gli ictus. Oppure, le proprietà dei pomodori si estendono anche alla vista. La luteina e la zeaxantina presente nei pomodori aiutano a proteggere gli occhi dalle radiazioni solari. Queste due sostanze inoltre, unite al beta-carotene favoriscono la salute della vista in generale.

Ma una nuova scoperta ha rivelato che mangiare pomodori ogni giorno riduce del 50% il rischio di sviluppare diversi tipi di tumori della pelle. Lo hanno scoperto i ricercatori dell’Ohio State University, dopo aver effettuato un vasto esperimento su un gruppo di roditori in laboratorio.

Il team di ricerca ha somministrato ad un gruppo di cavie di sesso maschile una dieta composta dal 10% di pomodori in polvere per 35 settimane, esponendoli poi ai dannosi effetti dei raggi ultravioletti, che si trovano nella luce del sole. In generale, per i roditori che avevano consumato il concentrato di pomodoro essiccato vi è stato un calo del 50% delle probabilità di sviluppare la malattia rispetto al gruppo a cui non era stato somministrato. Secondo l’autrice dello studio Jessica Cooperstone, questi risultati sono dettati dall’ampia presenza di carotenoidi nella verdura, un composto pigmentante che dona ai pomodori il loro vivace colore rosso. Lo stesso pigmento sarebbe in grado dunque di proteggerci dai raggi UV: “comparando il licopene somministrato attraverso il cibo intero (un pomodoro) o un supplemento sintetizzato – ha affermato la ricercatrice – il primo si dimostra più efficace nella prevenzione degli arrossamenti dovuti all’esposizione ai raggi ultravioletti, e per questo pensiamo che vi siano altri composti molto importanti nella verdura”

Niente di meglio, qundi, che unire le proprietà benefiche dei pomodori a quelle dell’olio extra vergine di oliva. Anche l’olio, alimento preziosissimo della Dieta Mediterranea, contiene numerosi antiossidanti che, in prove di laboratorio hanno mostrato di possedere effetti anti-tumorali ed è consigliato caldamente nelle diete oncologiche.

di T N
pubblicato il 24 luglio 2017 in Tracce > Salute

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